Il corpo e la memoria. Genova per me
di domenico mungo, insegnante, attivista, scrittore.
Pasolini affermava che senza il corpo non può esserci memoria. Senza la carne straziata e tormentata non può esistere il ricordo. Noi abbiamo deciso, da tempo immemore oramai, forse da quando i colpi fatali flagellarono le ali della colomba di riproporre la memoria e di farlo attraverso i nostri corpi che raccontano, corpi che suonano e che scolpiscono nel marmo alcune delle storie dei mille e mille ragazzi di Genova 2001. Alcune delle storie più drammatiche, ma non per questo meno significative, di quei giorni di Luglio. È proprio il loro sangue martoriato che sgorga dalla pagina e che si fa corpo e pertanto degno di essere ricordato.
Sono storie vere, intrise dell’agra insistenza del limone.
Intrise delle lacrime di Luglio, che edificarono la barricata dei Giusti innalzata contro i Tiranni.
Come un’onda che si riavvolge su sé stessa dopo aver schiumato rabbiosa fin dentro la risacca e, proprio quando credeva di poter imbrattare la sabbia di acqua azzurra, ripiomba nei gorghi dell’Oceano. Ho creduto allora, nel 2003 e poi nel 2016, di aver detto tutto. Ho creduto che raccontare Genova 2001, Carlo e i naufraghi di scorci di città industriali in chiaroscuro, argonauti di una saga medioevale decadente e anacronistica, sarebbe potuto essere uno dei prologhi definitivi per scardinare le altrui coscienze. Per un’esigenza che nasce dal diritto/dovere di rivendicare, urlandolo in un megafono di carta, le MIE verità di allora. Un’esigenza che nasce dal desiderio disperato di riaprire quelle ferite, rievocare quella mia poesia smarrita negli anni del pragmatismo, riesumare il bisogno di ospitare in esso nuovi e vecchi amici. Tutto è cambiato da allora, tutto è rimasto profondamente uguale a sé stesso: ci sono ancora giovani che muoiono stritolati dal potere e dalla Normalizzazione dei Sensi e delle passioni.
GENOVA 2001 fu il luogo in cui antagonisti, giovani cani sciolti e malati di postmodernità rivendicarono il loro diritto ad essere La Storia Minima del Secolo Breve e del Nuovo Millennio.
Da allora, come dicevo, tutto si è trasformato, tutto in me è mutato. In apparenza. Come un mostro biomeccanico, un mutante cablato di viscere in pvc e legamenti di alluminio e argento chirurgico, ho creduto di aver rimosso tutto gettandomi nel gorgo di anni tumultuosi ed osceni altrettanto fino alla parossistica ricerca del buio. In realtà il senso che muta continuava a scorrermi nelle vene come i fiumi che si gettano nel mare a parapendio concludendo la loro vorticosa fuga verso l’infinito. Credevo che le mie mani sempre più callose e nodose, che i miei legamenti atrofizzati, che il mio cervello scevro del furibondo furore delle passioni di allora si fosse definitivamente arreso. Ma un giorno, lo specchio che non mente mai, mi ha rivelato che quella cicatrice incastonata sul lato sinistro del cuore, non si era mai rimarginata del tutto e ciò che ha iniziato a sgorgare era un rivolo nero e grumoso di memoria rappresa.
Lo specchio mi ha detto che il sangue di Carlo e di tutti gli altri è ancora lì, incandescente su asfalti di limone oppure dentro cartelline di cartoncino che olezzano di naftalina e sabbia, che non aspettano altro che un foglio bianco su cui gridare giustizia. E che quel sangue ha continuato a mischiarsi con il sangue degli innocenti di poi. In una perenne mutazione.
La mia città, Torino alias Mafiatland, è definitivamente implosa dentro bagliori di effimera dinamicità terziaria ad alta velocità. Mentre le fonderie esplodono divorando angeli in tutablù. I miei occhi, riflessi dentro lo specchio, hanno udito abbastanza e le mie orecchie visto altrettanto da dover urlare di nuovo. Ma la vita che sentivo pulsare nelle tempie allora, adesso non grida più. Sussurra e piange talvolta. Genova 2001 dove i paria daspati non sono solo quelli dello stadio, ma tutti coloro che vivono al di fuori del percorso cifrato della consuetudine bieca del potere che sorveglia e punisce, sono i tempi in cui “l’amor mio che non muore” si fa largo nelle ombre del Panopticon contemporaneo. Dal tempo in cui ho descritto i cavalieri, l’armi, l’onor e soprattutto l’amore…con la forza della mia lucidità incosciente. Genova 2001 è grumo di poesia hardcore, incalzante come la colonna sonora dei suoi fotogrammi d’appendice, adesso che la purezza della sua menzogna è divenuta la realtà melmosa di oggi. Quando i colpevoli e i carnefici di Genova vengono assolti e la loro violenza non fu tortura, il loro massacrare carni non fu assassinio, la loro tracotanza non fu terrore. Perché la Storia non deve sempre essere scritta dai vincitori. Perché è ancora possibile gridare con tutta la voce che mi pulsa nelle tempie. Mi incendia la gola. Perché è l’unica cosa che so fare per sentirmi vivo. Come allora.
Genova sembra non finire mai. Ma è un’illusione.
Genova, come ben sanno i viaggiatori di Baudelaire, che viaggiano per il viaggio e non per la meta, ha un inizio e una fine. Indeterminate, confuse, incastonate l’una nell’altra dopo aver disciolto il cielo e la roccia dentro il mare.
All’improvviso.
Dal nulla.
Nel nulla.
Come il nulla da cui arrivano le storie che ho sentito e che ho visto. Che ho vissuto. Sì, lo confesso. Che ho vissuto. E che vi racconto. Storie che tracciano un confine netto. Fra la verità e l’oblio. Fra la giustizia e il resto. Fra la vergogna. E la vergogna. Indignerò qualcuno, e molti farò ritornare all’incubo. Io stesso l’ho fatto. Riemergendo da me stesso con un respiro profondo per non morire d’embolia. Sono storie vere, semplici. Storie di lacrime, sangue, cicatrici, limoni, obitori e macellerie. Commemoriamo nell’unico modo che conosciamo ovvero il nostro, con le parole che raccontano e si fanno melodia dentro la musica che fluisce come il sangue che coagulato diviene corpo.
È forse per questo che fin dall’Antichità più remota i Congiunti del morto hanno sempre preteso che il corpo del defunto per morte violenta fosse restituito al pianto e al ricordo dei suoi cari
per toccarlo
per piangerlo
per ricordarlo.
L’occhio vede
la mano scrive
il cuore lacrima.