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Corpo di ragazza

I cani rabbiosi e le libellule. Il fango che si prende il fiume, le attese infinite e snervanti dei pomeriggi senza ventilatori. La Santa patrona che gira le case di mattina per scansare gli ubriaconi di notte e quell’unico bar dove la perdizione diventa segreto inconfessabile. Eugenia Ladra, L’esca, le ferite della crescita, dell’essere donna. Quella violenza quotidiana che c’è e non la vedi più, non sei più in grado di vederla: ti striscia sottopelle come un veleno, come un’abitudine, come un balsamo malsano. Bastano poco più di un centinaio di pagine per fare di un esordio un fulmine. No, non un “caso letterario”. Ma quella scrittura così diretta e asciutta, quello stendere le emozioni al filo teso delle pagine, ne fa un’opera prima assolutamente di rispetto. Sudamericano senza scimmiottamenti e forzature, L’esca (Edicola Ediciones), ci porta nel tempo di un villaggio uruguayano. Ne abbiamo parlato con la scrittrice, Eugenia Ladra.

 

Paso Chico. Questo è il luogo che hai scelto come teatro de L’esca. Un piccolo villaggio che pulsa, che suda vita, morte, miracoli e delusioni. Non un semplice sfondo, ma un vero, grande, protagonista della tua storia. Una nuova Macondo uruguayana, popolata di ubriaconi, vecchie, libellule giganti, zanzare e giacinti che crescono sul fondo di un fiume melmoso. Che posto è, per te, Paso Chico?

Paso Chico è un luogo carico di tensione. Un posto piccolo e isolato dove tutti si conoscono, dove le voci circolano e si distorcono, dove ciò che non viene detto occupa spazio, pesa enormemente. Un ambiente opprimente, dove il caldo umido, il fiume impetuoso, gli insetti e i suoni costanti della natura hanno una presenza quasi tangibile, una forza capace di permeare ogni cosa. Ma sebbene sia un territorio fangoso e instabile, dove le cose sembrano muoversi anche quando sono immobili, Paso Chico è costruito su solide fondamenta: i miei paesaggi, i miei ricordi, la mia geografia personale.

 

L’esca è un romanzo delicato eppure potente, a tratti spudorato, erotico e liberatorio: è una storia di lacerazioni fatta di violenze e cicatrici, di gesti apparentemente normali che nascono antiche ingiustizie e sottili sopraffazioni. In questo contesto si muove Marga, che tutto questo lo vive sulla sua pelle di 13enne che scopre il mondo e gli amori,alla ricerca di sé. Chi è davvero Marga? Come nasce?

Ne L’esca, Marga rappresenta la superstizione, il punto di fuga di un intero paese. È anche un corpo che inizia a risvegliarsi, un modo di essere nel mondo durante quella strana transizione tra infanzia e adolescenza, in cui tutto acquista una nuova intensità, affascinante e inquietante in egual misura. È una ragazzina che osserva, che registra, ma che non possiede ancora pienamente gli strumenti per dare un nome a ciò che le sta accadendo. Ed è in questo divario – tra ciò che percepisce e ciò che riesce a comprendere – che la sordidezza, gli abusi, le tensioni del mondo adulto cominciano a insinuarsi. 
È stato il primo personaggio a comparire, ma anche quello che ho trovato più difficile da definire. Ho potuto contare sulla mia esperienza personale – essendo cresciuta in campagna nello stesso periodo – ma nonostante ciò, è rimasta un mistero per me. L’ho costruita soprattutto a partire dalle relazioni che la circondano: la nonna, la zia Olga, il suo rapporto con Recio, e anche l’assenza dei genitori.
Sono questi legami che, in definitiva, plasmano il suo rapporto con il desiderio, con la superstizione e la religione, con la violenza che subisce – che non sa definire – ma anche con la violenza che infligge, che anch’essa non comprende appieno. È in mezzo a questi interrogativi che Marga è emersa. Una bambina cresciuta, una giovane adolescente, che percorre le stesse strade che ha abitato da bambina, con un nuovo modo di essere nel proprio corpo.

 

La tua è una scrittura profondamente latinoamericana, che ricorda grandi scrittrici e scrittori del continente. Quali sono i tuoi riferimenti?

Quiroga è stato presente fin dall’inizio. In Uruguay, siamo obbligati a leggere i suoi racconti fin da scuola, quindi cresciamo in qualche modo traumatizzati da “Il cuscino di piume”, “Il pollo decapitato” o “Alla deriva”: storie in cui l’immagine opprimente prende vita, dove la terra diventa un’entità vivente e dove la violenza si insinua nel testo in modi strani. Quelle storie hanno avuto un impatto profondo fin da piccoli, e ho capito che c’era una grande forza in esse.
Molti anni dopo, ho scoperto Rulfo. Prima ho letto La pianura in fiamme e poi Pedro Páramo. Quello che è successo con questo autore è interessante: Rulfo è diventato quasi un talismano per la mia scrittura mentre lavoravo a L’esca. Le sue atmosfere sono così potenti per me che, prima di mettermi a scrivere, leggevo spesso un racconto da “La pianura in fiamme”. Sentivo che in questo modo entravo in un altro mondo e arrivavo più velocemente a Paso Chico. Una sorta di scorciatoia per la mia città immaginaria.
Poi è entrata nella mia vita Selva Almada, con descrizioni di paesaggi che mi sono sembrati molto familiari. Ricordo di essere andata a scoprire dove fosse nata e di aver scoperto che Entre Ríos, la sua provincia, confina con Colonia, il dipartimento costiero uruguaiano dove sono cresciuta. Fino ad allora, non mi ero mai imbattuta in opere di narrativa contemporanea che creassero paesaggi e personaggi così realistici. Anche Fernanda Melchor è stata molto importante. Stagione di uragani mi ha mostrato come il linguaggio costringa il libro a prendere posizione e allo stesso tempo costringa l’autore a lavorare con un materiale collettivo: un modo di esprimersi orale e locale, un atto politico in sé.

 

L’esca è il tuo primo romanzo. In un’altra intervista l’hai definito “un processo collettivo” di creazione e scrittura. Che significa?

Condividere il mio processo creativo è fondamentale quanto sedermi a scrivere. Parlare dell’idea, cercare di spiegarla, ricevere consigli di lettura, aggiungere riferimenti che ampliano il campo di ricerca, provare a leggere ad alta voce, condividere crisi, blocchi dello scrittore, frustrazioni, sollevare i mille dubbi che sorgono quando si dedica troppo tempo allo stesso paragrafo, a una frase, a una singola parola. Sono fortunata ad avere molti colleghi nel campo della letteratura e del cinema che sono lì ad ascoltare, leggere e fare domande. E sono altrettanto fortunata ad essere lì per loro. La natura collettiva del mio processo di scrittura risiede in questo scambio reciproco. Non credo nell’immagine dello scrittore rinchiuso in casa a scrivere. O, almeno, non è un’immagine che mi interessa. Scrivo per dire qualcosa al mondo, affinché il mondo pensi qualcosa insieme a me. Se coinvolgo gli altri nel processo di lettura, ha senso farlo anche nel processo di scrittura, no?

 

 

(intervista a cura di piero ferrante, binaria. grazie a paolo primavera, edicola ediciones)

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