Intervista ad Haidi Giuliani
Non sono bastati 25 anni a sottrarre ad Haidi Gaggio la voglia di guardare il mondo attraverso la lente della speranza, della possibilità, delle utopie possibili, di una politica alta. Non è bastato quel rumore sordo, lo sparo partito da un Defender in un bollente giorno di luglio del 2001, che le ha tolto per sempre suo figlio Carlo, per seccarle l’anima. Per cinque lustri, Haidi ha girato le scuole, le università, le piazze, frequentato luoghi di aggregazioni e sedi istituzionali con un obiettivo: fare verità, costruirla e diffonderla. E se 25 anni dopo è ancora sulla stessa posizione di partenza è per muta ostinazione e tenacia, ma anche perché vede nei nuovi movimenti giovanili un fuoco vivo da lasciare ardere, facendosi contaminare.
In occasione di questo anniversario, ingombrante come tanti anniversari della nostra Repubblica, le abbiamo posto un paio di domande.
Da luglio 2001 a luglio 2026. Venticinque anni dopo, Genova e le sue istanze, Genova e la sua sollevazione popolare colorata e pacifica, ma anche Genova e la sua repressione, Genova e quella puzza atroce di lacrimogeni e il sapore di sudore e sirene continuano a tornare nel calendario civile della nostra Storia recente. Oggi come allora, nonostante le testimonianze, i processi, le verità emerse, c’è anche una spaccatura tra chi ci vede la macelleria messicana e chi, invece, la giusta risposta dello Stato. Che cosa vuol dire questo, secondo te?
Significa che, come sempre, le opinioni divergono. Molto dipende dalla qualità dell’informazione, dal livello culturale, dalla capacità critica di ciascuna persona. Sin dal 2001 c’è chi si è fermato alle notizie superficiali, spesso distorte, dei giornali più diffusi e dei talk show televisivi e chi, al contrario, ha scelto di informarsi in modo più accurato. Anche grazie al lavoro di giornalisti di inchiesta, di radio locali, di semplici cittadini, il materiale a disposizione – fotografie, video, testimonianze, registrazioni – era ed è enorme. La realtà è molto più complessa di come sia stata immortalata dai mezzi di comunicazione ufficiali. Tanto è vero che a distanza di 25 anni abbiamo ancora nuovi libri, nuovi lavori di ricerca e di indagine. Perché non si tratta “solo” di indagare la violenza repressiva: il Movimento dei movimenti ha portato qui a Genova centinaia di migliaia di persone da ogni parte del mondo per contestare il vertice dei G8. Perché? Quali erano le istanze di quel movimento? Tutto questo si è voluto oscurare, nascondere con la violenza ma quelle ragioni sono valide ancora oggi, ancora più urgenti e drammatiche. Pensiamo alle guerre, alla corsa al riarmo, alle migrazioni, alla scuola, alla sanità, al cambio climatico… Il Comitato Piazza Carlo Giuliani, che da 25 anni continua a fare memoria, quest’anno pubblica un libro dove attivisti, giornalisti, studiosi e protagonisti di quella stagione raccontano e si raccontano: Genova 2001 Perché c’eravamo, perché ci siamo ancora. Dal “movimento dei movimenti” ai giorni nostri: storia e attualità di una lotta necessaria.
Dopo la grande partecipazione ai Forum Sociali Mondiali, dopo aver portato nelle strade milioni di manifestanti nel 2003 contro l’invasione dell’Iraq da parte di Bush, e il sostegno diffuso al Protocollo di Kioto, oggi quel grande movimento non esiste più come l’abbiamo conosciuto allora ma le sue mille anime hanno continuato e continuano a lavorare e lottare.
Per questo motivo non si può parlare di “sollevazione popolare”: a Porto Alegre, a Seattle, a Göteborg e infine a Genova hanno partecipato associazioni impegnate nella difesa dell’ambiente, realtà attive nei territori, organizzazioni di solidarietà… tutte persone preparate e informate a cui si sono aggiunti gruppi spontanei di protesta fine a se stessa. Altro discorso riguarda chi, come Carlo, ha reagito alle violenze e ai soprusi delle forze dell’ordine. Se una mancanza c’è stata, da parte del movimento, è proprio quella di non aver saputo coinvolgere il popolo: si è rivolto anche ai lavoratori, agli agricoltori, ma parlando di capitale globale, di grandi multinazionali non è riuscito a spiegare il significato e la necessità della lotta.
Un movimento attuale, arrivato fino a noi. E oggi, ancora e testardamente, come in una continuità generazione, i ragazzi e le ragazze, al di là delle facilissime narrazioni del mondo adulto, stanno iniziando a rivendicare la propria parte di mondo. In difesa dell’ambiente come dei diritti universali, dalla parte della Palestina e in lotta contro le riforme che stanno smantellando la scuola pubblica. Genova loro non l’hanno conosciuta, ma quel fuoco ce l’hanno dentro. Che cosa vi sentite di dire loro per raccontare quello che è accaduto?
Sono meravigliosi. Vivono intensamente le ingiustizie del mondo e vogliono far sentire la loro voce. Evviva! Noi non abbiamo niente da insegnare, è la storia, sia grande che piccola, che insegna a tutte e tutti noi. Oggi i giovani ci dicono: “Lasciateci provare, toglietevi un po’ di mezzo, visti i risultati non faremo peggio di quello che avete fatto voi…” Hanno ragione. Purtroppo sono un’esigua minoranza: alla maggior parte di loro, infatti, viene negato l’accesso a un’istruzione qualificata, a una formazione critica. Anche la cultura e l’arte sono diventate merci e hanno un costo, inaccessibile ai più. Perciò noi continueremo a lavorare, al loro fianco, e a fare memoria.
(intervista a cura di piero ferrante, binaria)