Sono una mamma, una maestra e una scrittrice: per me insegnare a leggere è una cosa davvero esaltante.
Non mi riferisco soltanto alla tecnica, in equilibrio tra discriminazione e anticipazione, che è sottesa alla realizzazione di questa magia. È la libertà individuale che ne consegue che mi pare davvero di assoluta rilevanza.
Ogni anno inizio le lezioni con una lettura. Quando ci conosciamo il primo giorno, da dietro, i miei alunni di prima sembrano tartarughe con il carapace di zaino, che entrano in classe per mano ai loro genitori: gli occhi spalancati. Timorosi anche i più spavaldi. Prendono posto, i piedini che ciondolano dalla sedia senza toccare il pavimento, ed io, emozionata quanto loro, apro un libro e si crea un’alchimia unica. Il tono della mia voce sembra dirigere il battito dei nostri cuori. Genitori, bimbi, colleghe, io. Capite bene che stiamo parlando di un’esperienza immersiva in cui la scelta dell’autore non è di poco conto.
Così procediamo giorno dopo giorno, anno dopo anno. Prima leggo io per loro, poi imparano a distinguere le vocali, le consonanti e le sillabe, le parole, i testi … fino a modulare le voci per caratterizzare i personaggi. E la classe diventa laboratorio, palcoscenico, finestra sul mondo.
Tutte le mattine i primi cinque minuti di lezione sono dedicati a procedere insieme nella lettura. Finiti i minuti il libro si chiude e … “Nooooo” esclamano in coro un po’ delusi i miei alunni.
Tra quelle pagine scopriamo il senso del nostro venire a scuola (ci aiutano “Il punto” di Peter Reynolds come “Piccolo blu e piccolo giallo”, il clande classico di Leo Lionni), scopriamo che le nostre differenze sono ricchezze e che non è sempre stato così nella storia degli uomini (e lo facciamo viaggiando per “Le avventure di Tom Sawyer” di Twain o “Mustang” di Marta Palazzesi); seguiamo l’audacia di Ulisse e ci immergiamo nelle avventure di Pinocchio, peregriniamo in giro per le Fiabe italiane e le avventure di mondi lontani o immaginari. Arriviamo a capire che la legge è giusta solo quando non calpesta i diritti di tutti gli uomini (“La portinaia Apollonia” di Lia Levi, “I bambini di Gaza” della Bortolotti e “Sandro libera tutti” di Luigi Garlando ci sono di grande aiuto in questo); affianchiamo grandi scienziati nelle loro scoperte che hanno portato alla sconfitta di alcune malattie, un tempo, mortali (“Il cacciatore di sogni” di Sara Rattaro è importantissimo in questo); e come ei divertiamo a cercare di salvare gli sfortunati protagonisti dei grandi classici (“I fratelli difendieroi” di Alice Basso)! Scopriamo il valore delle parole, di quelle che fanno bene e di quelle che invece feriscono (ci aiuta su tutti “La grande fabbrica delle parole”, albo di Agnès De Lestrade, ma anche “La società segreta dei Salvaparole” di Enrico Galiano). E ogni anno la maestra scova in libreria qualche novità. Inoltre, molto frequentemente, i bambini portano a scuola i libri che leggono a casa. Per condividere l’esperienza.
In venticinque anni di letture e lacrime e risate non una pagina è stata affrontata invano. Ho visto come la lettura permette ai bambini di creare nella propria mente luoghi, personaggi e situazioni che non sono visibili concretamente. E poi i bambini interpretano ciò che leggono e costruiscono una rappresentazione personale della storia: ogni lettura diventa così un’esperienza unica. Attraverso i libri viaggiano nel tempo, conoscono culture diverse, vivono avventure e si confrontano con realtà lontane dalla propria.
La fantasia stimolata dalla lettura incoraggia ogni bambino a inventare, fare collegamenti, formulare ipotesi e trovare soluzioni originali.
Infine, identificandosi nei personaggi, il bambino può riconoscere emozioni, desideri e paure, imparando a definirli, comprenderli e a rielaborarli attraverso la propria immaginazione. Si chiama “empatia” e manca tanto a queste nostre società che vivono in perenne corsa.
Non dico questo in senso astratto, ma perché ho il privilegio di poter osservare che accade. Quotidianamente e con spontaneità.
Gianni Rodari ha più volte ripetuto che si augurava che tutti leggessero non per diventare letterati o poeti ma perché non fossero schiavi. Anche per questo è stato un grande maestro.
Concludo con il profondo convincimento che se la lettura è un dono per i bambini, gli ordini di scuola più alti non possono dimenticare il valore che ha per i ragazzi in formazione. Come autrice ho destinato le mie riflessioni, e non pochi esempi, a un personaggio divertente, ma che prende molto sul serio il suo ruolo di insegnante di italiano. Per chi fosse curioso affido dunque ad Anna Tosetti i consigli di lettura per le scuole superiori (fatene conoscenza ne “La supplente” e ne “L’ora di Felicità” editi da Garzanti).